La cultura Maori e l’arte del tatuaggio

Collage rappresentativo della cultura Maori

La cultura Maori e l’arte del tatuaggio

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Guerriero Maori con faccia tatuata che fa la linguaccia

CHI SONO I MAORI?

Nel nostro emisfero i Maori sono noti essenzialmente per due ragioni:
– la loro antica danza Haka, famosa per gli All Blacks, temutissima squadra neozelandese di rugby, che l’ha adottata come rituale propiziatorio e intimidatorio per presentarsi agli avversari prima di ogni match
– I tipici tatuaggi.

I Maori sono in realtà molto di più, abitanti di terre tra le più belle e ambite al mondo, paradisi per noi lontani con una storia fatta di genocidi, privazioni, ma un animo forte e fiero, dei guerrieri che non si sono mai arresi.
Conosciamoli meglio!

Uno dei loro tanti miti narra questa storia:

<< Un giorno i cinque fratelli Maui, di nobile stirpe polinesiana, partirono per una spedizione di pesca in alto mare. Il più giovane, per magia, prese all’amo un grande pesce di terra che giaceva in fondo al mare: era Aotearoa, la “Terra della lunga nuvola bianca”. Un luogo straordinariamente fertile, ricco di fiumi, vette coronate di nevi eterne, foreste pluviali, suggestivi fiordi, spiagge assolate, vulcani fumanti, bucoliche colline, lande aride e sabbiose >>

Era la Nuova Zelanda!

La storia di questo angolo di paradiso è iniziata così… dai Maori.
Furono i primi esseri umani a raggiungere la Nuova Zelanda intorno al 900 d.C., percorrendo migliaia di chilometri, partiti dalle loro isole paradisiache a bordo di caratteristiche canoe a doppio scafo, le waka, orientandosi grazie alle stelle, al volo degli uccelli e alle correnti marine.
Una storia scritta nella preziosa tradizione scultorea di queste tribù polinesiane che hanno trasformato in arte pregiata: giada, pietre, nefrite, osso, conchiglie, ma soprattutto intagliato il legno e costruito canoe con scolpite le storie dei loro mitici antenati, della loro vita e delle divinità, storie tramandate di generazione in generazione.

Come fieri discendenti dei polinesiani sono un popolo vanitoso, ma anche ospitale e forte, grande nello spirito come nel fisico. Tra i tratti somatici caratteristici ci sono infatti: l’altezza, la corporatura robusta, la pelle bruno chiaro, gli occhi scuri quasi a mandorla, il naso largo, il fisico solitamente tatuato con elaborati motivi tribali.

IL TATUAGGIO MAORI

Nella cultura Maori, riveste un significato molto importante: era utilizzato, infatti, come strumento di comunicazione sociale.

La società Maori era molto stratificata ed il tatuaggio indicava con precisione la casta di appartenenza di ciascuno. Identificava anche la famiglia (origine materna e paterna), il mestiere o il raggiungimento di un rango superiore rispetto a quello di nascita.

Guerriero Maori tatuato con lancia

I guerrieri usavano tatuarsi con orgoglio, per raccontare le loro imprese, ogni segno indicava un diverso avvenimento della propria storia personale. In più, i disegni evidenziavano la muscolatura per apparire più forti di fronte al nemico.

Aveva anche una funzione estetica, serviva come forma di abbellimento, un po’ come il trucco usato ai giorni nostri.
Una donna che non avesse segni tatuati attorno alle labbra, non veniva considerata attraente.

Il tatuaggio più rappresentativo di questa cultura era il “moko”, che veniva usato come rito di passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Nel “moko” il viso era coperto di complessi motivi dalla radice dei capelli al mento e da un orecchio all’altro.

Nel “rape”, invece, venivano tatuati anche l’addome e le cosce fino alle ginocchia.

Il “kirituhi” è una rappresentazione più decorativa, ma intrisa di significati legati alla felce “koru” come simbolo di rinascita spirituale. A differenza di altri riservati a capi, guerrieri e sacerdoti, questi tipi di disegni potevano essere scelti da chiunque senza offendere la cultura tradizionale.

Il tatuaggio veniva eseguito solo da santoni o da persone ufficialmente riconosciute come “Tohunga ta Moko”, cioè tatuatori. Studiavano la struttura fisica di ogni soggetto ed individuavano un disegno. Spettava poi agli anziani del clan decidere se il simbolo proposto rispettava la personalità dell’individuo.

Le due principali tecniche utilizzate per i tatuaggi erano il “puhoro” e il “moko whakairo”.

Nel primo i disegni venivano incisi nelle pelle usando uno strumento chiamato uhi, che in epoca pre-coloniale era uno scalpellino fatto d’osso appuntito utilizzato per incidere attraverso piccoli colpi, ultimato questo passaggio, il pigmento veniva inserito nei puntini incisi e lasciava la traccia del disegno sotto pelle.

Il “moko whakairo”, invece, veniva eseguito con strumenti taglienti che “scolpivano” la pelle: le ferite venivano successivamente riempite di colore e il disegno, una volta guarita la pelle, era reso ancora più evidente dal rilievo delle cicatrici.

La pratica del tatuaggio maori ha le sue origini nella Polinesia occidentale.

Tre membri della cultrura Maori con faccia tatuata

Tra le donne maori della Nuova Zelanda, il moko kauae (il tatuaggio tradizionale sul mento) è considerato una manifestazione fisica della vera identità individuale. La credenza vuole che ognuna di loro abbia un moko dentro di sé, vicino al cuore, e che compito del tatuatore sia semplicemente il portarlo in superficie quando lei si sentirà pronta.

A me questo processo ricorda molto l’idea di Michelangelo che della scultura diceva:“ogni blocco di pietra ha una statua dentro di sé ed è compito dello scultore scoprirla”.

Anche noi abbiamo un blocco di pietra da scolpire, un disegno da realizzare… è la nostra vita. E in ogni momento abbiamo un numero infinito di variabili tra cui scegliere per farne ciò che vogliamo. Come nel caso dello scultore o del tatuatore maori, il valore che riusciamo a dargli non è tanto un processo creativo, quanto uno scoprire e liberare ciò che già siamo, ma che rimane nascosto da inibizioni, paure, credenze limitanti personali e dettate da influenze esterne che impediscono l’espressione completa di questo nostro essere potenziale.

Secondo i Maori, nel momento della realizzazione del tatuaggio la persona entra in contatto spirituale con i propri antenati e questa profonda ed importante esperienza la cambia per sempre. Ne porterà i segni per tutta la vita. Quei disegni sul suo corpo saranno lí per ricordargli di essere consapevole dei traguardi raggiunti e di avere la protezione dei suoi antenati per dargli la forza di affrontare la vita a testa alta, fiera e sicura.

STORIA

Il nome Maori significa “normale” in contrasto con i diversi “Pakeha” i bianchi di origine europea che invasero le loro terre.
La colonizzazione della Nuova Zelanda rappresentò un periodo traumatico che indebolì la loro etnia sia a livello numerico che in termini di coesione sociale.

A partire dal 1840, con l’arrivo degli inglesi, i maori iniziarono a essere respinti dalle loro terre. Furono banditi i tohunga, i consiglieri maori, e nelle scuole fu vietato l’uso della lingua locale.

Le tribù per restare unite decisero di eleggere un proprio sovrano, che nonostante non avesse alcuna valenza giuridica o costituzionale, è sempre stato una figura autorevole e di prestigio.

Negli anni Settanta, anche la tradizione del moko sembrava ormai quasi andata persa. A portarlo erano soltanto alcune anziane, anche per la connotazione negativa dei tatuaggi facciali, considerati simboli di affiliazione a gang e malavita.

Le cose hanno iniziato a cambiare negli anni Ottanta, con una spinta crescente alla valorizzazione del patrimonio culturale maori.

Nel 1997 la regina Elisabetta II, capo dello Stato, si scusò formalmente per i danni morali e materiali subiti dall’etnia maori a causa della colonizzazione incontrando l’allora sovrana, Tea Ata, autentica rappresentante e ambasciatrice della cultura del suo popolo.
Dopo lunghe battaglie legali la lingua originale maori viene oggi insegnata nelle scuole neozelandesi insieme all’inglese.

Nonostante la maggioranza degli appartenenti all’etnia viva ormai nei centri urbani della North Island, molti mantengono un forte legame con la propria tribù e lo mostrano con fierezza anche attraverso la scelta, nuovamente frequente, di mostrare i moko sulla propria pelle, come segno indelebile di appartenenza ad una cultura che ha sempre lottato contro la propria estinzione.

I Maori sono stati spesso di ispirazione per opere cinematografiche.
Il film “Once were warriors” ne è un esempio e racconta tutta la frustrazione e la violenza subita da un popolo guerriero spinto alla disgregazione sociale.

In viaggio in Nuova Zelanda e Polinesia alla scoperta della cultura Maori

In Nuova Zelanda ecco 3 indirizzi per saperne di più :

• Il museo Te Papa di Wellington, il più grande della Nuova Zelanda, ha un’ampia sezione dedicata proprio ai Maori, con reperti importanti.

• Ad Auckland, un’altra meta è la sua Galleria Nazionale.

• A Rotorua, per un’esperienza ancor più coinvolgente.
Questa è una zona sacra per la popolazione locale, ma anche un’area fatta di geyser e di piccoli laghi dalle acque colorate. Qui, immerso in un contesto da favola, è possibile visitare un villaggio Maori ricostruito, il Tamaki. Un posto in cui vivere da vicino le tradizioni di questo antico popolo con la possibilità di assistere a spettacoli di lotta, di musica e all’arte dell’intrecciare le felci.

Sia in Nuova Zelanda che in Polinesia potrete avere l’occasione di visitare un Marae.
Si tratta di recinti monumentali di forma rettangolare o quadrata, con mura a secco, usati dai maori come luogo di culto.
Sono esempi di arte megalitica, ne esistono di monumentali, per uso collettivo (il più impressionante è Taputapuatea sull’isola di Raiatea) ma anche molti di dimensioni ridotte, costruiti dalle singole famiglie.
Nei marae l’accesso era normalmente proibito alle donne.

Io ho avuto il privilegio di vederli dal vivo durante un mio viaggio in Polinesia, ero a Moorea e giravo l’isola con uno scooter a noleggio.
Moorea ha numerosi siti archeologici anche ben conservati avvolti dalla fitta foresta pluviale nella Valle Opunohu, che si estende dalla baia di Cook verso Belvedere Moorea ed i marae punteggiano tutto il percorso.
Se ne avrete occasione fatelo è una zona meravigliosa e lo scooter è il modo migliore di scoprire l’isola in libertà.


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Daiana Natalini
Travelblogger per passione, inguaribile sognatrice innamorata dei viaggi da sempre… Questo è il mio blog per avventurarci insieme tra le strade del mondo. Leggi qui se vuoi saperne di più.
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