Abiti tradizionali per donne islamiche nel mondo

Collage rappresentativo di donne islamiche con i loro abiti tipici

Abiti tradizionali per donne islamiche nel mondo

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Dall’11 maggio 2020, giorno in cui la cooperante italiana rapita Silvia Romano è atterrata in Italia, finalmente libera dopo 18 mesi di prigionia fra Kenya e Somalia, si è tornati a parlare per settimane, mesi (spesso a sproposito, lasciatemelo dire) di lei e del jilbab che indossava.

Mi sono resa conto di quanta curiosità, ma anche confusione, regni intorno agli abiti tradizionali indossati da donne islamiche in giro per il mondo. Facciamo un po’ di chiarezza prima sulla veste indossata da Silvia al suo rientro in patria e poi sulle differenze tra i diversi tipi di abiti e veli islamici.

La veste di Silvia Romano non è una abito tradizionale somalo

Innanzitutto la veste di Silvia, una tunica verde in tinta unita con il velo a coprire la testa, era stata inizialmente definita erroneamente “abito tradizionale somalo”, ma questa affermazione comparsa in vari articoli, è stata presto smentita dalle parole di Maryan Ismail, antropologa somala di fede musulmana e attivista per i diritti delle donne, che in una lettera ha chiarito l’equivoco con queste parole: <<Quel vestito non ha nulla di somalo, bensì è una divisa islamista che ci hanno fatto ingoiare a forza…>>

La Ismail racconta poi che la veste somala “tradizionale” era caratterizzata da drappi sgargianti, sete preziose e colorate che esaltavano le donne. “Era” per due motivi:

1. Perché anche le donne somale seguono le mode e portano vestiti con caratteristiche diverse a seconda dei periodi cui ci si riferisce e non un abito tipico standard, un po’ come succede in molte nazioni in giro per il mondo.

2. Quel “era” si riferisce anche al cambiamento subito nello stile di vita delle donne somale.

Layla Yusuf imprenditrice italo-somala ci racconta con amarezza questa evoluzione.

<<Era una vita bella e felice, ora è drammatica.>> Il motivo è noto: Mogadiscio – come scrive “Il Giornale” – ora è ostaggio degli islamisti. <<A casa mia comandava mia madre, mio padre lavorava fuori e gestiva tutto lei. Sono sempre state matriarche. Guidavano casa e famiglia. La nostra Africa non c’entra niente con gli arabi, nella nostra tradizione ci sono i vestiti colorati delle donne, come il guntino, elegante fatto a mano, che si usava normalmente o anche nelle cerimonie, di seta.>>

Poi è arrivata la guerra civile che ha portato con sè anche gli abiti che indossava Silvia Romano.

Gli abiti tradizionali per donne islamiche

Foto collage dei vari tipi di veli Islamici con rispettivi nomi

JILBAB

Il suo JILBAB è in realtà un abito tradizionalmente indossato da donne musulmane in molti paesi diversi tra cui Indonesia, Penisola Araba e Nord Africa, per devozione religiosa e attivismo politico.

La tunica è lunga fino alla caviglia e può essere composta di un unico pezzo, ma anche di un insieme di indumenti, per esempio tunica (l’abaya, che lascia scoperti solo piedi, mani e volto) più il velo ( una sorta di foulard di vari stili e colori, che copre la testa e il collo, ma lascia il viso scoperto, hijab).

È l’abito più diffuso tra le donne musulmane che vivono in Europa.

Foto di una donna Islamica con il jilbab

Il jilbab appare anche nel Corano, il testo sacro dell’Islam che descrive come le mogli del profeta Maometto e le donne musulmane dovrebbero essere vestite: “O profeta! Dì alle tue mogli e alle tue figlie e alle donne dei credenti di disegnare i loro mantelli [jilbab] intorno a loro [quando vanno fuori]”. [Verso (33:59)]

Questa veste si è diffusa dal Medio Oriente con il regime politico islamista, dopo la Rivoluzione iraniana nel 1979.
In Palestina, Giordania e Siria, il jilbab è un lungo soprabito che si abbottona sul davanti ed è indossato con un foulard.

I colori sono diversi, ma di solito prevale il nero, che simboleggia sia il lutto per i martiri che la lotta politica. Silvia Romano ne indossava uno verde, colore simbolo del Paradiso nella cultura islamica (Maometto è solitamente rappresentato con il mantello verde).

Oltre al jilbab esistono altri abiti tradizionalmente indossati da donne musulmane. Si distinguono per i materiali, ma soprattutto a seconda del modo in cui si porta il velo (delle parti che copre) e questo cambia molto anche di paese in paese.
Vediamo brevemente come distinguerli per imparare a riconoscerne forma e significato.

NIQAB

È un velo che copre il capo e il volto lasciando una striscia libera per gli occhi.
Spesso viene usato insieme ad una sciarpa sul capo e abbinato a un’ampia veste che copre il resto del corpo.

È il tipo di abbigliamento più diffuso, in pubblico, tra le donne dell’Arabia Saudita. Sul retro si allunga fino a coprire i capelli, sul davanti arriva a nascondere completamente il petto. In Nord Africa se ne porta una versione “a metà”, con un diverso tipo di tessuto dagli occhi in giù.

KHIMAR

Insieme al jilbab, è un termine menzionato nel Corano. Si riferisce a qualunque indumento che promuova il pudore, proteggendo la donna dagli sguardi di sconosciuti. In pratica è un lungo velo che copre capelli, collo e spalle, e arriva almeno fino al girovita. Abbinato ad altri abiti da portare sotto, viene indossato per lo più in Medio Oriente in diversi colori.

BURKA o burqa

Il burka è il più integrale dei veli islamici ed è composto da un’ampia e lunga stoffa tagliata in un unico pezzo, che copre interamente il viso e il corpo.
Ha un’unica apertura all’altezza degli occhi, che si possono solo appena intravedere perché coperti da una “griglia” di stoffa che consente alle donne di vedere senza essere viste.

Si indossa soprattutto in Afghanistan, dove fu imposto dai talebani, con un’interpretazione più estremista che affonda le radici in motivi di ordine culturale e sociale: in realtà nel Corano non si menziona l’obbligo del Burka.

A Kabul, la maggior parte dei burka è blu, mentre in altre parti dell’Afghanistan e del Pakistan se ne trovano di verdi, marroni o bianchi.
Anche se raramente, può capitare di vederne anche in altri paesi, dove le donne islamiche lo indossano per uscire di casa senza mostrarsi pubblicamente. A me personalmente è capitato varie volte quando vivevo a Londra ed erano burka spesso di colore nero.

CHADOR

In Iran, questo velo ha un taglio a forma di semicerchio in tessuto.
Si indossano da secoli: passano sopra alla testa e avvolgono tutto il corpo, ma sono generalmente tenuti chiusi con la mano, come se fossero scialli o mantelli. Si usano fuori casa e sono in genere di colore nero.

Ecco, i modelli principali di abiti tradizionali islamici sono questi, diversi in base alle aree geografiche, ma anche alle diverse sfumature culturali e religiose, che consentono di lasciar scoperti più o meno centimetri di pelle sul corpo delle donne che li indossano.

Nonostante non siano mancate polemiche nemmeno su questo, anche marchi occidentali modaioli e di vario livello, da H&M a Dolce & Gabbana, propongono articoli di moda islamica.

Il rapporto dei non musulmani con il velo

Rispettati in alcune zone del mondo, i veli sono banditi e detestati in altre, soprattutto laddove sono meno conosciuti; non dimentichiamo che ciò che più spaventa e crea disagio è sempre ciò che si conosce meno.

Foto di una donna Islamica con il jilbab

Per alcuni il velo è un simbolo forte di identità religiosa e culturale; per altri una forma di pudore e protezione, per altri ancora un emblema della sudditanza femminile. C’è della verità in ognuna di queste posizioni.

Questo modo di celare e nascondere, agli occhi di molti rappresenta anche un “oggetto del mistero”, qualcosa di losco, temibile, da guardare con diffidenza perché non consente di identificare la persona che lo indossa.

Un atteggiamento che si è diffuso maggiormente a seguito dell’11 settembre 2001 e dei molti attacchi da parte di terroristi islamici. Un timore umano, ma da tenere a bada con razionalità perché non sfoci, come purtroppo accade, in intolleranza religiosa. Perché la religione islamica è cosa ben diversa dal fondamentalismo islamico che ne è un’estremizzazione ad opera di attivisti.

Io vi ho presentato il velo guardandolo con sincera curiosità etnografica, pur capendo che sono molte le persone a fissarlo con sospetto, un atteggiamento diverso che non giudico perché è parzialmente comprensibile purché resti un rispettoso e controllato sentimento interiore che non sfoci mai in mancanza di rispetto o, peggio, in violenza.

Quando si parla di tradizioni non è sempre così netto il confine tra quelle che sono da difendere rispetto a quelle invece da contrastare, non sempre è così semplice stabilirlo in modo univoco. Il limite da tenere in considerazione è variabile di caso in caso, lo ritroviamo nella libertà, secondo me.
Quando una tradizione è una libera espressione della cultura di un popolo è da difendere, quando diventa un’imposizione, una limitazione della libertà che trasforma i soggetti in oggetti, allora le cose cambiano.

Il velo dovrebbe essere una libera scelta personale da rispettare.
Non tutte le donne che indossano il velo sono costrette a farlo. Questo è particolarmente vero in Paesi occidentali come il Regno Unito appunto, dove molte donne portano il velo anche sfoggiandolo rivisitato con uno stile moderno e sono, in genere, accettate con rispetto come parte integrante di una cultura multietnica, tipica soprattutto delle metropoli in cui si respira maggior senso di libertà e minor giudizio.


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Daiana Natalini
Travelblogger per passione, inguaribile sognatrice innamorata dei viaggi da sempre… Questo è il mio blog per avventurarci insieme tra le strade del mondo. Leggi qui se vuoi saperne di più.
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